FANFIC
Litania
Marge
La luce entra sicura dalle finestre aperte, mentre incarto lentamente alcuni oggetti tra i più fragili. Mi sorprendo a pensare che, nonostante io non sia molto legata alla mia famiglia (e forse anche per questo, a soli quattordici anni ero determinata a conquistare una borsa di studio e continuare il mio percorso all’estero, da sola), i miei gesti somigliano quasi con cattiveria a quelli di mia madre; osservo le mie mani delicate, mani da principessa, riporre con gentilezza gli oggetti sul fondo degli scatoloni e quasi mi arrabbio, di tutto quest’ordine che è parte di me e proviene, come sangue materno attraverso la placenta, dalle mie origini, e non potrò mai liberarmene.
Sono un’accozzaglia di educazione, buone maniere, serietà e testardaggine nel voler continuare su questa via, così distante da quella delle mie coetanee; eppure in me vive anche l’altra Mamiya, quella che, da anni, segue quel ragazzo per le vie della scuola, lo osserva di nascosto, lo brama in silenzio nelle notti da sola, nel letto, e senza vergogna, perché sa che nessuno può scoprirla, prova piacere ad immaginare di fare l’amore con lui.
Sono brava ad arrossire, quando Midori accenna a lei ed Akira, o quando sento i discorsi delle altre compagne, bisbigliati negli intervalli, a ridosso degli specchi del bagno femminile. Una brava ragazza, di buona famiglia, come me, non dovrebbe sapere nulla di questi argomenti. Ma il mio rossore è una bugia: non c’è nulla dei loro discorsi che già non faccia parte delle mie fantasie notturne.
Ora, che Tagikawa asserisce di amarmi, mi bacia e giura di non poter stare cinque anni senza di me, io parto.
Ancora immersa nei miei sporchi pensieri, sussulto per il campanello che suona. So che è Tagikawa, che ha insistito tanto per telefono, per venire ad aiutarmi con i bagagli. Con la faccia da brava ragazza timida, gli mostro con un po’ di vergogna la mia stanza, le mie cose per metà imballate e per metà ancora festose al loro posto. Passiamo il tempo raccontandoci di quando eravamo piccoli, complice una scatola piena di miei vecchi giocattoli.
Alziamo gli occhi alla finestra solo dopo ore.
“E’ sera!” esclamo, colpita dal blu che è sceso a coprire i miei vetri come tenda uniforme.
Tagikawa balza in piedi. “Devo andare, i tuoi staranno per tornare!”
In realtà, i miei non torneranno molto presto: mio padre spesso non rientra affatto, e mia madre è in giro per feste mondane. Vorrei dirglielo, guardandolo dritto negli occhi: “Sono sola, non tornano. Vuoi rimanere a cena?” senza lasciar sottintendere nulla, chiara e schietta, come vorrei essere, trasparente e sincera nel dire: “E non è solo un invito a cena”. Invece, colpa dell’abitudine, abbasso gli occhi, e balbetto facendomi rossa in viso: “Veramente…sono a cena da sola…se vuoi…potresti…potremmo…”
Mi odio. Sono una piccola scema con manie da imperatrice dei sentimenti, da regina incontrastata dell’autocontrollo, ma tra i miei pensieri e le mie azioni si staglia un bastione di educazione, regole ed abitudini che mi governa dall’alto come un burattinaio; obbedisco senza possibilità di sfuggire ai fili che anni di solitudine, genitori esigenti e supervisione hanno tessuto come corda da boia. Mi sento quasi una suicida. Non era questo, il tipo di ragazza che Tagikawa voleva.
Non era quello che mi aspettavo, ma lui ora mi sta abbracciando. “Abbiamo ancora qualche giorno di scuola, vero? Prima dell’ultimo. Abbiamo ancora del tempo per stare insieme…” ripete come una litania, per cullarsi dalla disperazione della solitudine futura, che già lo fa sentire male, nonostante io sia ancora lì, tra le sue braccia. Non so cosa rispondere. Se a decidere delle mie azioni non fosse la solita Mamiya ma quella che vorrei essere realmente, so che alzerei il viso, lo bacerei e lo consolerei. Invece non riesco a dire nulla. Luce non ancora troppo scura penetra dalle finestre semi aperte, illuminando come crepuscolo la mia stanza senza luci accese.
“Forse è meglio che me ne vada” conclude lui. Si stacca da me, girandosi verso la porta, ma esita un solo momento, lungo abbastanza affinché io possa afferrare la manica del suo maglione.
“Senti, non me la sento di rimanere, qui da solo, con te” continua, “tu fra poco partirai, ed è meglio se non…”
Un po’ mi sento sorpresa, e quasi infastidita, che nonostante il rossore ed il balbettio, la mia proposta sia stata, in effetti, completamente afferrata: del resto, anche lui è un ragazzo talmente gentile ed educato, che credo non alluderebbe mai a certe cose, se non fosse certo che anche io vi sto pensando. Ed inoltre, anche se non so ancora bene cosa voglio da lui, mi offende che voglia davvero andarsene, e sprecare così questa che forse sarà la nostra ultima occasione, prima che io parta.
“Fa come vuoi” mi sorprendo a dire, senza pensarci troppo su, “io stasera sono qui, e sono da sola, e vorrei stare insieme a te”.
Finalmente! Senza stare a rimuginare su ogni parola, come mia abitudine, sono riuscita ad esprimermi come se fossi realmente l’altra Mamiya, quella nascosta! Esulto in cuore silenziosamente per questa vittoria.
Purtroppo, serve però a ben poco: Tagikawa imbocca la porta e lo sento scendere le scale. I passi si rincorrono veloci, lo immagino scendere a perdifiato i gradini.
Ma d’un tratto, si fermano. Allora gli corro incontro, lui sta risalendo le scale di corsa e c’incontriamo a metà pianerottolo, ci abbracciamo con impeto e mi spinge verso la mia camera; sotto lo stipite della porta le nostre labbra si incontrano.
Le mani si rincorrono frenetiche sotto i vestiti, sento uno spiffero d’aria sull’ombelico, la mia camicia è aperta, sento la sua pelle sotto i polpastrelli e non ricordo quando gli ho alzato il maglione; gli si arrotola attorno alle costole, scivola giù, lo impaccia e se lo sfila dalla testa, e non smette con una mano di cercare di spogliarmi. Veloci, veloci, vogliamo solo toccare tutta la superficie dei nostri corpi, come a marcare un territorio che finora ci è appartenuto solo dentro, ed ora vuole un segno di riconoscimento, un brivido febbrile là dove la mano passa, stringe facendo male e corre subito in un’altra zona, a casaccio. Non c’è piacere, non sono carezze; ci divoriamo con dolore per poter pensare poi “è stata mia tutta quella pelle”. Sembra non finire mai, c’è sempre qualche territorio bianco su cui scolpire a martellate di fame il proprio nome. Ci fermiamo solo quando siamo completamente nudi ed abbracciati, ed io schiaccio il mio piccolo seno sul suo addome e sento il suo rigonfiamento sulla mia pancia. Allora mi scappa un risolino nervoso, per l’imbarazzo; cerco la sua bocca per soffocarlo, e lui crede che io voglia andare avanti – ma io davvero non so, cosa mi è preso – e mi spinge sul letto, cadiamo e mordendomi una spalla cerca di entrare; ed io non trovo il suo sguardo e mi viene da piangere, vorrei guardarlo negli occhi ma li nasconde fra i nostri capelli bagnati che si mescolano, spinge ed io ho paura, e continua a tenere i denti piantati sulla mia spalla e sento la sua saliva scivolare giù, verso il materasso.
Poi i suoi muscoli tesi si rilassano, i suoi denti mollano la presa e solleva il viso, si alza un po’, mi guarda sconsolato perché non riesce, sono come un’inferriata chiusa alla sua fame. Lo tiro verso di me, mi balugina l’idea che voglia togliersi e smettere e mi sento ancora peggio. Gli prendo il viso, lo guardo, arrossisce, si vergogna, è nudo sopra la persona che ama e non riesce a far nulla; e lo stringo forte, la sua testa fra le mie braccia, a volerlo inglobare nel mio petto. Gli metto una mano sulla schiena, in fondo dove si snoda l’arco lombare come una vallata e lui ha delle piccole fossette; con una sola spinta entra, forte, dentro di me e sento come un strappo, tanto dolore ed un singulto quando spinge fino in fondo, come se l’utero mi fosse arrivato in gola. Non se ne cura, rimane lì in fondo, nascondendo la testa nell’incavo della mia spalla; ed io ardo d’amore e di dolore.
Poi si muove, con tre sole spinte, veloce, viene, contraendosi in viso e senza lasciar andare un solo bisbiglio.
Restiamo un attimo abbracciati nel letto, stanchi e doloranti.
Poco dopo si toglie, si butta a lato e mi dà le spalle.
“Scusami” mormora. “Non è stato il massimo del romanticismo, come prima volta. Mi dispiace”
Lo dice come se in realtà non fosse così addolorato. Sembra solo un po’ incattivito, arrabbiato.
“Ma non è vero!” mi affretto a spiegare, agitata, con voce sottile come un pulcino, voce da ragazzina scema; è proprio come vorrei non sentirmi, una sciocca adolescente che aspira alle nottate d’amore in riva al lago, sotto le stelle; e una parte di me è contenta che tutto sia successo in modo diverso, che non sia la solita prima scopata da raccontare il giorno dopo alle compagne di classe, condita di idioti risolini, durante l’intervallo; ma poi vedo ancora lui e quella sua unica, totale voglia di possedere e basta. Con voce squillante e prossima alle lacrime continuo a spiegare, velocissima, perché è stato bello. “Takigawa, dico davvero! Io e te…”
Smetto di parlare all’improvviso. Mi giro di spalle anche io, attacco la mia schiena alla sua e godo di quel po’ di calore che può darmi, e chiudo gli occhi. Così, ci addormentiamo.
La mattina dopo sono molto imbarazzata; l’idea di vedere Tagikawa mi dà il voltastomaco, mi si gira tutto l’intestino, preferire quasi non incontrarlo per niente. Mi concentro sullo studio, mentre cammino verso scuola, ripasso mentalmente la marea di nozioni che mi servono, con ordine, disciplinatamente. Dietro di me arriva, saltellando, Midori, allegra e piena di felicità.
E’ solo nella pausa pranzo, che riesco a vedere Tagikawa un attimo: ci incontriamo per le scale, mentre io salgo e lui scende.
“Come va?” mi chiede, e stavolta è lui quello imbarazzato, con la testa ciondolante da un lato.
“Bene” rispondo. La sera prima, credo di aver perso la Mamiya di tanti anni e di essermi totalmente trasmutata in quella che è rimasta tanto a lungo nascosta. Mi avvicino a lui e strofino il mio naso con il suo, così come lui ha fatto prima di andar via, ieri sera, mentre ero semi addormentata e lui credeva che non potessi sentirlo. Sorride, e gli sorrido: ero sveglia, sì, ti ho sentito, e ricambio il gesto dolce.
Mi carezza la guancia mentre ripete le sue scuse: “Forse pensavi che sarebbe stato diverso, mi spiace. Forse avresti voluto…non so, una vacanza al mare, un momento meno…incalzante, per questa cosa. Io non so…mi spiace…”
“Non è questo” rispondo.
“Ma hai una faccia strana” ribatte, accigliato. “Non che io…però, ecco…credo che dovresti essere più contenta, non so, di questa cosa. Del resto io e te…insomma…”
Rido perché è imbarazzatissimo. Però lo capisco.
“Scusami tu. Davvero. Non sono triste per come ho passato questa…cosa. È che di solito, uno le cose se le immagina diverse, nella propria mente. Non ho mai pensato che sarebbe stato idilliaco, spettacolare, passionale. Ma quello che pensavo, davvero, è che poi avremmo continuato a fare l’amore altre mille volte, a casa mia, a casa tua, d’inverno con la neve fuori dalla finestra, e d’estate, al mare, con la pelle scottata che fa male al solo sfiorarla. Che avremmo inventato mille stratagemmi per appartarci, ogni due minuti, come fanno quei due scemi innamorati di Midori e Akira…”
Tagikawa sorride un attimo, distolto dall’immagine della coppia nominata, idillio ed esempio per tutti i giovani kohai dell’istituto, ma subito la sua faccia torna all’espressione sofferente, e guarda il mio corpicino esile. Vorrebbe farmi sdraiare lì, su quei gradini di scuola, e dimostrarmi che anche lui, se l’era immaginata diversa, lo so. O forse no. Io coltivo quest’amore da anni, ma lui ci si è ritrovato sbaragliato, quasi per caso, quasi per sbaglio, e non sa trovarne la bussola. Forse, semplicemente, da ragazzo vergine qual’era, ieri ha solo pensato che non potevo partire e lasciarlo in quella misera condizione per altri cinque anni, bloccato dall’amore e pur sempre insofferente. Non ha pensato che sarà solo un altro grande vuoto in più, fra noi, ora che è successo.
“Possiamo appartarci anche noi due, un minuto…?” chiede dopo qualche secondo di silenzio, con voce sottile per l’imbarazzo. Divento rossa in un momento, e questo forse lo tranquillizza. Mi abbraccia attirandomi nel sottoscala, fuori dal cono di luce della finestra grande in cima ai gradini. Tutto quello che fa è sollevarmi la maglietta, scoprirmi un seno e baciarlo in punta, lieve, che quasi non lo sento. Lo abbraccio forte.
“Abbiamo ancora qualche giorno. Abbiamo ancora del tempo…” ripeto come una litania.